Diamanti etici: cosa è veramente il Kimberly Process?

Il Kimberly Process Certification Scheme (KPCS) è lo standard internazionale più prominente riguardo ai diamanti e opera sotto l’egida dell’ONU.

È stato lanciato nel 2003 per impedire il commercio dei “diamanti di conflitto” ed è controllato e guidato dai partecipanti, che sono 55 e rappresentano 82 Paesi (l’UE vale come uno). La partecipazione è volontaria, ma i membri devono implementare la loro legislazione al fine di raggiungere alcuni requisiti minimi. Rappresentanti dell’industria come il World Diamond Council, o ONG come il Kimberly Process Civil Society Coalition, possono partecipare ai lavori soltanto in qualità di osservatori.

Il KPCS ha permesso di sottrarre molti diamanti al mercato nero, di obbligare gli stati partecipanti a implementare le loro legislazioni, e anche di migliorare le statistiche e i report sulla produzione e sul commercio nel settore.
Tuttavia il KPCS è bel lontano dal poter essere indicato come una garanzia etica. 
I punti di debolezza di questo sistema sono gravi e molteplici:

  • Tabu sui diritti umani e la tutela ambientale.

  • Uso di una definizione datata di “diamanti di conflitto”, che comprende solo gli abusi perpetrati dai “ribelli”, ignorando quelli operati dagli stessi governi o dalle aziende. La natura dei conflitti è cambiata radicalmente dallo scorso secolo.

  • È applicato soltanto ai diamanti grezzi, permettendo così alle gemme semi lavorate e già tagliate di muoversi liberamente.

  • Si è dimostrato più che reticente nell’imporre sanzioni a quei paesi che non hanno rispettato i requisiti minimi, come nel caso della Repubblica Centrafricana.

  • La forma punitiva è quella del divieto di esportazione. 
    Questo non solo è inutile (il 90-95% dei diamanti della Repubblica Centrafricana riesce ancora a essere contrabbandato), ma controproducente, perché mette in difficoltà le comunità dei minatori artigianali.

  • Richiede la documentazione relativa al solo Stato di origine, non alla specifica miniera di origine.

Il Kimberly Process ha un ruolo molto importante, ma senza le necessarie riforme e implementazioni questo ruolo è molto - troppo! - limitato.

La filiera dei diamanti naturali è complessa e non lascia spazio a soluzioni semplici e veloci, ma se non accettiamo i fatti per come sono e non facciamo pressione sul settore e sui governi, soltanto perché il KPCS è facilmente presentabile ai consumatori come una garanzia di controllo etico, allora impediremo anche qualsiasi possibile lento miglioramento.

 

I nuovi diamanti di conflitto

Il mondo è cambiato dai tempi di quel report del 1998 e ora i diamanti sono coinvolti anche in nuove forme di conflitto e in nuove violazioni dei diritti umani. Tuttavia, a causa delle limitazioni sopra discusse, questi diamanti riescono comunque ad accedere al mercato internazionale e a essere etichettati come “conflict free” secondo il Kimberly Process.

Gli attori in campo non sono più soltanto i cosiddetti “ribelli”.

Gruppi armati parastatali, polizia e militari, agenzie di sicurezza private assunte dalle compagnie minerarie, bande e minatori artigianali, ma anche le stesse compagnie minerarie, aziende statali e centri di produzione possono essere responsabili di:

  • violenza sistematica, nella forma di percosse, uccisioni e torture di minatori artigianali e abitanti dei villaggi (Zimbabwe, Tanzania, CAR, DRC, Angola);

  • violenza sessuale, inclusi atti di persecuzione, stupri, abusi e sfruttamento (Zimbabwe, Tanzania, CAR);

  • crimini ambientali, tra cui inquinamento del suolo, dell’acqua e dell’aria, e distruzione del paesaggio (Sierra Leone, Lesotho).

 Desidero invitarvi alla lettura di due report recenti:

 

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